Il problema della caccia in Italia
Fringuelli uccisi: sebbene le deroghe consentano di ucciderne poche decine all'anno per cacciatore, nessuno si attiene ai limiti di carniereIn Italia è la legge 157 promulgata nel 1992 che si occupa della tutela degli animali selvatici e di disciplinare la caccia. Viene scritta dopo mesi di contrattazioni fra il mondo ambientalista e le associazioni venatorie ed è una delle leggi in materia ambientale fra le più avanzate d'Europa.
Purtroppo la maggior parte dei cacciatori in Italia questa legge non l'ha mai accettata. Troppi vivono ancora nella nostaglia degli anni '60 e '70, quando - forti di un milione e quattrocentomila unità - i cacciatori razziavano paludi, campagne e boschi abbattendo di fatto qualunque cosa si muovesse. Non è un caso che ancora oggi caccia e bracconaggio siano intrinsecamente legati e che i Centri di Recupero per Animali Selvatici ricevano ogni anno in cura centinaia di uccelli protetti, soprattutto rapaci, presi a schioppettate dai cacciatori.
Dall'inizio degli anni '90 fino ad oggi il mondo della caccia non ha quindi che un obiettivo: scardinare la legge per recuperare i privilegi perduti. I cacciatori si fanno vivi regolarmente per tre ragioni: aumentare le specie cacciabili, aumentare i tempi di caccia, aumentare gli spazi dove cacciare. Il fine ultimo è quindi chiaro. Avere più animali da abbattere.
Allodola appena uccisaE non sono poche le vittorie che hanno ottenuto i seguaci di Diana: alcuni anni fa, grazie a un blitz parlamentare, è passato un emendamento nascosto che ha permesso ai cacciatori di ungulati (cervi e caprioli) di cacciare anche in estate. Nel 2010 grazie ad alcuni senatori di PdL e Lega la caccia è stata prolungata di 10 giorni a febbraio, mentre è ormai prassi che le doppiette siano in giro i primi di settembre, nonostante la legge dica che l'apertura è per la terza domenica del mese.
Sulle specie poi la battaglia è infinita. In Italia le specie di uccelli cacciabili sono 35 (di cui ben 20 in grave diminuzione per "depauperamento"´della popolazione). Evidentemente questo non basta ai cacciatori. Naufragati alcuni disegni di legge che miravano a destabilizzare l'intero impianto legislativo, delegando alle Regioni e Province la facoltà di stabilire i tempi, i luoghi, le mosalità di caccia e le specie da cacciare (in materia venatoria regionalizzare significa di fatto liberalizzare), le associazioni venatorie oggi premono per le cacce in deroga.
Ogni anno alcune Regioni autorizzano così la caccia di alcuni milioni fra fringuelli, peppole, pispole, prispoloni, storni per soddisfare il desiderio di fare carniere dei cacciatori che vanno alla migratoria. Ogni anno le associazioni ambientaliste oppongono ricorsi contro queste delibere e in tutte le sedi vincono continuamente: nei TAR, presso la Corte Costituzionale e quella di Lussembrugo. È ormai evidente che la caccia in deroga di queste specie protette non è consentita, eppure le Regioni - Lombardia, Veneto, Liguria, Toscana, Marche in primis - insistono ogni anno sempre con gli illegittimi identitici provvedimenti.
Cardellino ucciso a fucilate. In Italia il cacciatore soffre troppo delle limitazioni che gli impone la legge. In molte regioni andare a caccia significa di fatto bracconarePerchè? Perchè la politica in Italia coccola i cacciatori e le fabbriche di armi, in cambio di voti e sostegno elettorale. Lo testimonia recentemente un senatore PdL: "Non capisco perchè ci si accanisca tanto contro i cacciatori, se sono gli unici che portano soldi allo Stato senza chiedere niente in cambio". Ecco qui. Niente. Gli animali selvatici, gli uccelli migratori, esemplari che attraggono l'attenzione di migliaia di birdwatcher, curati con dedizione da centinaia di volontari dei Centri di Recupero, studiati da migliaia di biologi, naturalisti, ecologi, inanellatori, sono niente per il politico.
Meno male che la legge dice: "La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato", patrimonio della collettività, da salvaguardare, soprattutto in vista dei cambi drammatici cui vanno incontro gli uccelli nei nostri tempi.







