Printer-friendly version

Bracconaggio di rapaci nel sud di Italia

Sembra un luogo pacifico ma la caccia illegale di rapaci sopravvive ancora nello Stretto di Messina. (MarcoCrupi/Wiki Commons)Sembra un luogo pacifico ma la caccia illegale di rapaci sopravvive ancora nello Stretto di Messina. (MarcoCrupi/Wiki Commons) Sembra un luogo pacifico ma la caccia illegale di rapaci sopravvive ancora nello Stretto di Messina. Gli uccelli che migrano sull’Europa centrale volano attraverso le Alpi, scendono lungo l’Italia e attraversano il Mediterraneo dalla Sicilia verso la costa Nordafricana. In primavera ripetono lo stesso cammino in direzione contraria per raggiungere i siti di nidificazione in Europa Centrale e Settentrionale. In entrambi i casi i migratori devono attraversare lo Stretto di Messina che separa l’Italia continentale dalla Sicilia. Milioni di uccelli passano attraverso questo collo di bottiglia ogni primavera e autunno. Come in altre zone dove gli uccelli arrivano in grandi stormi, una forte tradizione di caccia si è sviluppata sullo Stretto di Messina. Sebbene nei secoli scorsi questa pratica abbia rappresentato una fonte di nutrimento per la popolazione, oggi si è trasformata in attività puramente ludica. Venute meno le tradizioni legate alla caccia all’adorno che si erano sviluppate in diversi paesini dell’Aspromonte, oggi il bracconaggio non è altro che un’attività di puro divertimento, svolta nella più completa ignoranza del ruolo fondamentale ricoperto dagli uccelli rapaci per il mantenimento degli equilibri naturali. Probabilmente il fatto che l’imbuto determinato dallo Stretto ne faccia avvistare tanti tutti assieme inganna sul loro reale numero e porta a pensare che si tratti di una risorsa inesauribile.

Di conseguenza in nessun’altra zona dell’Italia la persecuzione di rapaci è talmente popolare come sullo Stretto di Messina. Negli anni ‘70 e ‘80 il bracconaggio di rapaci sullo Stretto era barbaramente diffuso nella colpevole indifferenza e complicità di tutte le autorità locali, a un livello tale che oggi si riscontra solo a Malta, a Batumi (località georgiana sul Mar Nero) o in Libano. Ogni anno migliaia di falchi pecchiaioli, ma anche falchi di palude, albanelle, aquile, cicogne e aironi venivano massacrati dalle doppiette. Insieme a questi a ogni primavera, dunque in piena fase riproduttiva, cadevano centinaia di migliaia di piccoli uccelli, come quaglie, tortore, upupe, rigogoli, gruccioni ecc. La caccia veniva praticata tutto l’anno, senza alcuna forma di limitazione o di controllo. Grazie agli sforzi condotti da conservazionisti molto determinati, provenienti da ogni parte d’Italia ed organizzati originariamente nella LIPU, la situazione è decisamente migliorata. Sul lato siciliano, dove l'abitudine di puntare ai rapaci non è mai stata forte, il fenomeno è rientrato in pochi anni. Dall’altra parte dello Stretto invece, in Calabria, il bracconaggio è ancora oggi rampante. Il “sud selvaggio” della Calabria è una zona pericolosa dove i protezionisti hanno ridotto enormemente il numero dei bracconieri, ma non sono ancora riusciti a vincere la partita fino in fondo. Ogni anno, in primavera e in autunno centinaia di falchi vengono fucilati quando le condizioni di vento obbligano gli animali a veleggiare sopra le case e i costoni dell'Aspromonte.

Lo Stretto di Messina, un passo obbligatorio per gli uccelli rapaci che migrano da e verso l'AfricaLo Stretto di Messina, un passo obbligatorio per gli uccelli rapaci che migrano da e verso l'Africa Mentre negli anni ’80 il bracconaggio veniva esercitato alla luce del sole, persino all’interno della città di Reggio Calabria, oggi il fenomeno è molto più nascosto e quindi più subdolo, ma non per questo meno pericoloso. Infatti i bracconieri hanno imparato a muoversi negli spazi lasciati liberi dall’attività di controllo operata dal Nucleo Operativo Antibracconaggio, mentre i controlli ordinari, quelli che dovrebbero essere effettuati da tutte le Forze dell’Ordine nel periodo lasciato scoperto dal NOA, sono praticamente inesistenti.

Dunque si spara al mattino presto oppure alla sera tardi, quando le guardie del NOA non sono in circolazione. Il servizio “Adorno”, infatti, ha subito nel corso degli anni continui progressivi tagli di risorse economiche e di personale. Oggi le tre pattuglie che il CFS invia per soli 30 giorni sono del tutto insufficienti a controllare l’enorme territorio compreso tra Capo dell’Armi e Palmi e devono essere utilizzate contemporaneamente nelle ore più calde della giornata, lasciando scoperte appunto le ore mattutine e serali. I bracconieri, inoltre, si appostano nei pressi dei torrenti e negli agrumeti utilizzando armi di piccolo calibro, che sono facilmente occultabili e fanno poco rumore oppure carabine di precisione. In alcuni casi è stato documentato l’uso di fucili muniti di silenziatore. Per cui se sul territorio mancano le orecchie attente ed esperte è facile che si senta dire che “il bracconaggio non esiste più” oppure che “ormai non spara più nessuno”. Una tecnica astuta, quella adottata dai bracconieri, il proverbiale “calati iuncu ca passa la china” (abbassati giunco che sta passando la piena). Una tecnica che adegua l’attività illegale alle contingenze del momento, approfittando della disattenzione o dell’insensibilità di uno Stato, quello italiano, che non ha mai avuto molto a cuore le sorti della fauna selvatica e che preferisce sprecare le poche risorse disponibili in spese futili di rappresentanza piuttosto che per potenziare le attività dei nuclei operativi di controllo. I bracconieri più incalliti, legati alla criminalità organizzata, poi, non si fanno alcuno scrupolo di utilizzare armi clandestine per abbattere i rapaci. I fucili in inverno vengono rapinati ai cacciatori, privati della matricola di riconoscimento e nascosti sottoterra nei punti in cui è più facile realizzare il bracconaggio, cioè dove i rapaci sono costretti a volare più bassi e il rumore dei colpi è più difficile da sentire. E avvertire gli spari è sempre più difficile, visto che sono stati realizzati parecchi poligoni di tiro al volo distribuiti, stranamente, proprio nelle aree maggiormente interessate dal bracconaggio (Solano, Melia, Villa Mesa, Arghillà, Pentimele, Gallina e Campicello di Pellaro).

I Forestali su indicazione dei volontari scoprono i cadaveri dei falchi ridotti a un innocuo mucchio di carne e ossaI Forestali su indicazione dei volontari scoprono i cadaveri dei falchi ridotti a un innocuo mucchio di carne e ossaGli uccelli un tempo venivano uccisi prevalentemente per essere imbalsamati ed offerti in regalo alle persone più in vista del paese, il medico, il sindaco, l’avvocato. Oggi questa mania è un po’ venuta meno, anche grazie ai numerosi sequestri effettuati nei laboratori di imbalsamazione clandestina dai Baschi verdi della Guardia di Finanza. Nel maggio 2013 nell’ultimo di questi laboratori ha fatto irruzione il NOA su segnalazione del settore investigativo del CABS, sequestrando 700 animali tra quelli imbalsamati e quelli congelati in diversi freezer. Quindi oggi gli uccelli vengono uccisi prevalentemente per essere mangiati, in un macabro rito svolto nella stessa giornata di caccia o a fine stagione. Nel settembre del 2011 i volontari del Progetto Adorno ripresero con le telecamere tre bracconieri i quali, accompagnandosi ad un ragazzino, uccidevano i falchi migratori per poi spennarli. Quando i tre, uno dei quali risultò appartenere alla Polizia Penitenziaria, furono intercettati dal Corpo Forestale dello Stato allertato dai volontari, pensavano di averla fatta franca, in quanto nulla di irregolare fu trovato nell’autovettura che utilizzavano. Ma la successiva perlustrazione svolta nel luogo dove era stata effettuata la caccia portò al rinvenimento di una busta celata tra l’erba secca e contenente le spoglie di 5 falchi scuoiati e privati della testa, delle ali e delle zampe. I bracconieri avevano trasformato degli splendidi rapaci in galletti amburghesi, pronti per essere cucinati dopo essere stati recuperati nottetempo. Senza la presenza dei volontari di questo come di tanti altri crimini contro la natura nulla si sarebbe saputo.

Foto d'archivio: due bracchi con i falchi pecchiaioli appena abbattutiFoto d'archivio: due bracchi con i falchi pecchiaioli appena abbattutiCiò che purtroppo potrebbe accadere, quindi, è che in assenza di un continuo e capillare monitoraggio svolto da volontari competenti e buoni conoscitori del territorio, anche gli scarsi controlli attuali possano venir meno con la scusa che il bracconaggio non c’è più. Per questo il CABS ha deciso di dare il suo contributo alla battaglia per proteggere i falchi migratori e di sostenere le attività del nucleo di protezionisti che sin dal 1985 ha condotto la battaglia contro il bracconaggio. Il campo si svolgerà nella provincia di Reggio Calabria e avrà lo scopo di monitorare i principali corridoi migratori e dormitori di rapaci. L’obiettivo principale è sorprendere i bracconieri in flagranza di reato e grazie alla stretta collaborazione con il NOA del Corpo Forestale dello Stato, denunciarli e mandarli a processo. Tuttavia, come succede a Malta, la sola presenza dei volontari del CABS servirà per dissuadere molti bracconieri a sparare, salvando la vita a centinaia di rapaci. Per leggere i risultati fino ad oggi del campo che si è tenuto nella primavera 2013, segui questo link...