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Operazione FREE WILDLIFE:

NOA e CABS smascherano una rete internazionale di uccellatori

Nel maggio 2018 otto persone vengono arrestate a Reggio Calabria: è il risultato dell’Operazione “Free Wildlife” condotta dall’allora NOA (Nucleo Operativo Antibracconaggio) del Corpo Forestale dello Stato, ora divenuto SOARDA con il passaggio all’Arma dei Carabinieri, un’operazione coordinata dal Sostituto Procuratore Roberto di Palma della Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Queste otto persone sono state tutte già condannate il 21 dicembre in primo grado dal Tribunale di Reggio Calabria con il rito abbreviato a pene variabili tra 1 anno ed otto mesi e 4 anni, a cui si aggiungono decine di migliaia di euro di multa per i reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico nazionale e internazionale di fauna selvatica, ricettazione, maltrattamento ed uccisione di animali. Altri uccellatori coinvolti nel traffico, ma per i quali non è stato possibile dimostrare il vincolo associativo, verranno giudicati separatamente.

L’inchiesta parte nel gennaio 2016 dopo che il CABS ITALIA fa pervenire al Comandante del NOA una dettagliata segnalazione nella quale viene già ipotizzata l’esistenza a Reggio Calabria di una o più associazioni per delinquere che si occupano della cattura e vendita di uccelli selvatici. La nostra segnalazione mette insieme le fila di alcuni sequestri effettuati in Sicilia dalla Guardia di Finanza nel corso di oltre un decennio, oltre a uno effettuato dalla Polizia maltese, sequestri che avevano già dimostrato l’esistenza di un imponente flusso di uccelli vivi trasportati da Reggio Calabria e rivenduti a Malta per fungere da uccelli da richiamo. Nel corso di un anno di indagine, condotta a strettissimo contatto con i nostri volontari, i Carabinieri sequestrano ben 13.000 uccelli, tutti protetti e particolarmente protetti, vivi e morti (le femmine), accertando che l’organizzazione calabrese arriva a catturarne dai 200 ai 300 animali al giorno, causando immensi danni al patrimonio naturale.

Su questo caso di importanza internazionale è uscito un interessante report pubblicato da Matteo Civillini sul National Geographic. Per leggere l’articolo in inglese, cliccare questo link..... »»

Ma c’è altro da dire: l’operazione Free Wildlife è un perfetto “stress test” per osservare in una sola vicenda tutte le problematiche del bracconaggio e del suo contrasto in Italia.

1) I livelli locale e centrale dei controlli

I soggetti arrestati al termine di quindici mesi di lavoro investigativo operavano in realtà da alcuni lustri, con guadagni poi stimati dalla Procura in almeno un milione di euro annui. A livello locale erano perfettamente noti alle forze dell’ordine, ma non avevano suscitato nessun interesse e di conseguenza non erano stati attenzionati. Ci si limitava a singole sporadiche denunce, per la serie “ma sì, cattura qualche uccelletto”, sottovalutando il caso e senza mai saper arrivare a una lettura complessiva del fenomeno illegale e della sua portata economica, ovvero che si trattava di veri imprenditori criminali. Di conseguenza localmente non si è mai voluto adottare misure di contrasto efficaci; non ci risulta, infatti, che siano mai stati destinatari di misure di prevenzione né, in occasione delle tante condanne, di misure cautelari che impedissero loro di spostarsi a piacimento per delinquere in tutta la Calabria e la Sicilia. L’atteggiamento cambia con l’arrivo del NOA, ovvero di chi è in grado di condurre controlli specialistici e ha un occhio attento su questa tipologia di fenomeni criminali: lo svelamento della portata del fenomeno è opera e frutto dell’appassionato lavoro degli uomini del NOA. Per questo il CABS ritiene fondamentale che l’Arma dei Carabinieri, che oggi ha la responsabilità dei controlli, potenzi adeguatamente gli interventi specialistici esterni come quelli dell’attuale SOARDA, erede del NOA. A livello locale, infatti, mancano spesso le competenze, gli strumenti ed a volte anche l’interesse per affrontare adeguatamente indagini complesse o scomode.

2) Il ruolo della criminalità organizzata

L’importanza di avere i riflettori dei Carabinieri e in particolare del Reparto Operativo SOARDA costantemente accesi si questi territori e su questi fenomeni criminali è a maggior ragione giustificata se si considera come già alcuni dei soggetti indagati nell’Operazione Free Wildlife fossero gravati dal reato di associazione mafiosa. Dopo la conclusione dell’indagine sono emerse altre circostanze che dimostrerebbero l’interesse della ‘ndrangheta nel traffico di uccelli protetti, evidentemente proprio per gli alti proventi illeciti che se ne possono ricavare.

3) Il ruolo della politica

La volontà investigativa dei Forestali e l’interesse della Procura hanno permesso per Free Wildlife di imputare i reati di associazione a delinquere, maltrattamento, furto venatorio, ricettazione e quindi di imporre sanzioni di una qualche deterrenza, ma questa non è la norma. La legge sulla caccia prevede per il reato di uccellagione il semplice pagamento di una sanzione (reato contravvenzionale), riducendolo praticamente a una multa per divieto di sosta. Alla luce dei guadagni che i bracconieri e le associazioni criminali traggono dalla cattura della fauna selvatica, è incomprensibile come governi e parlamenti non abbiano ancora voluto correggere al rialzo l’impianto sanzionatorio della legge sulla caccia, rimasta congelata alle lire del 1992, introducendo i reati delitti e innalzando le ammende. Gran parte della responsabilità la hanno ovviamente le associazioni venatorie: senza il loro arroccamento a favore dello status quo, l’approvazione di una modifica alla 157 che stabilisse che l’uccellagione (e più genericamente l’uccisione di specie particolarmente protette, l’uso di mezzi non consentiti, la caccia nei parchi o in periodo di divieto) costituisce furto ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato potrebbe essere approvata in pochi giorni.

4) Il ruolo della Magistratura

Questa sottovalutazione dei fenomeni del bracconaggio lascia di conseguenza uno spazio discrezionale enorme alle differenti Procure. Così se a Reggio Calabria (e non solo) gli uccellatori organizzati vengono condannati per associazione a delinquere, utilizzando strumenti investigativi indispensabili a questo scopo (come le intercettazioni), altre Procure la vedono diversamente. A Brescia per esempio decine di denunce finiscono archiviate per tenuità del fatto, sulla base di “opinioni” dei pubblici ministeri e/o dei giudici che sono totalmente avulse dalla conoscenza della biodiversità e della problematica del bracconaggio. In Sardegna invece, a Cagliari, i giudici non applicano la sentenza della Cassazione che considera furto l’apprensione di fauna selvatica da parte di soggetti non muniti di licenza di caccia e derubricano sistematicamente le denunce. Di conseguenza la maggior parte dei processi promossi su esposto del CABS si conclude per intercorsa prescrizione. E il bracconaggio si ripete con le medesime forme e persone sistematicamente ogni anno… fino alla fine degli uccelli.